Giacomo Bove: ecco come celebriamo il coraggioso esploratore

Anche quest’anno, l‘Associazione Cultutrale “Giacomo Bove & Maranzana”, in collaborazione con il Comune di Maranzana e la Provincia di Asti, nonché con il patrocinio della Regione Piemonte, omaggerà il celebre scopritore del Passaggio a Nord-Est Giacomo Bove con la 14° edizione del “Giacomo Bove Day”. L’appuntamento è per domenica 22 aprile alle 9, presso la Cantina Maranzana.

Accompagnati dalla Fanfara ANA Acqui Terme, si procederà verso il monumento a lui dedicato, dove avrà luogo il consueto rito dell’alzabandiera; e alla sua tomba, dove verranno resi gli omaggi da parte di tutti i presenti e dell’amministrazione comunale. Dopo gli onori ai Caduti, che si terranno in piazza Marconi, verrà celebrata la S. Messa all’interno della chiesa di S. Giovanni e, alle 13, si potrà pranzare presso il piazzale della Cantina, con un menù a base di: manzo cotto con rucola e Grana, tomino alle erbe, involtino di melanzana con mousse di tonno, flan di asparagi e fonduta, tajarin al sugo di capriolo, lasagne al pesto e stracchino, stracotto al Cortese con patate, bunet, cafè e vini della Cantina Maranzana. Il prezzo è di 25 euro a persona. Alle 15.30, infine, verrà proiettato il filmato della presentazione del libro La via incantata, di Marco Albino Ferrari, direttore di Meridiani Montagne, tenutasi durante l’edizione 2017 del Festival della Mente di Sarazana.

La Casa Museo “G. Bove” rimarrà aperta al pubblico dalle 10 alle 12.30.

Alla giornata di festeggiamenti, sarà presente anche il Gruppo Alpini della Sezione di Acqui Terme.

Giacomo Bove: mito e mistero

Un solo colpo di pistola alla tempia. In questo modo, si concludeva a Verona, 131 anni fa, la vita avventurosa di uno dei più celebri esploratori italiani. Giacomo Bove si suicidò alla giovane età di 35 anni. Alle sue spalle, lunghi tragitti attraverso gli oceani del mondo, alla ricerca di nuove rotte, passaggi sconosciuti e lontani orizzonti in attesa di essere raggiunti: dal mistico Oriente agli impenetrabili Poli, fino alle tumultuose coste del Sudamerica. Così lo ricordava l’amico Edmondo De Amicis, sulle pagine della Gazzetta del Popolo: “Al suo passaggio, le stazioni delle ferrovie si affollavano di studenti che gridavano il suo nome; nei vasti teatri, migliaia di uditori pendevano commossi dalle sue labbra; nei banchetti, cento calici cercavano il suo”.

Tra i primi ad accorrere sul corpo esanime di Giavomo Bove, fu Emilio Salgari, a quell’epoca giovane reporter dell’Arena. Bove era l’uomo che lui stesso avrebbe voluto essere; l’uomo nel quale si sarebbe immedesimato per tutto il resto della sua vita, navigando, con la fantasia, verso i luoghi più remoti della Terra. L’immagine del giovane esploratore inseguirà Salgari fino al suo stesso suicidio, avuto luogo fuori Torino, sotto gli alberi di Villa Rey. Nessuna pistola, solo un rasoio con il quale lo scrittore si recise il ventre.

Giacomo Bove era nato da una famiglia di contadini nel 1852 ed era stato ammesso all’Accademia Navale di Genova, da dove si diplomò a pieni voti. Fu lui, a scoprire il Passaggio di Nord-Est, dopo tre secoli di infruttuosi tentativi da parte di molti altri navigatori che non possedevano il suo stesso ardimento e quella profonda abilità nell’unire le proprie conoscenze con le circostanze che si presentavano innanzi. Caratteristiche che si rivelarono fondamentali soprattutto nel corso di quelle famigerate 35 settimane che lo costrinsero nell’inclemente morsa dei ghiacci, una stretta feroce che solo la notte artica può dispensare. Un’esperienza ai limiti della sopravvivenza. Fu una malattia tropicale, all’epoca inguaribile, contratta risalendo il corso limaccioso del fiume Congo, che mise in ginocchio Bove. Dopo mesi di tormento in Italia, l’esploratore decise di mettere un punto definitivo alla sua esistenza. Un gesto che l’Italia bigotta di quei tempi non capì, non approvò. La sua bara venne rifiutata al cimitero di Genova. E sulla tomba, ad Acqui Terme, il sindaco di allora, tal avvocato Accusani del Partito Clericale, negò il permesso di apporre una lapide. Presto, la scure dei decenni precipitò sulla sua memoria, obliandola. E di lui, per moltissimo tempo, più nessuno parlò.

La via incantata di Marco Albino Ferrari, tra natura selvaggia, solitudini e ricerca di se stessi

Perché fuggiamo dalla civiltà per scegliere la solitudine? A questa domanda, cerca di rispondere il libro La via incantata, del direttore di Meridiani Montagne, Marco Albino Ferrari, desideroso di grandi spazi naturali e di quel silenzio lontanissimo dal nostro tempo.

L’avventura che vive e racconta in queste pagine si svolge in Val Grande, fra Piemonte e lago Maggiore, luogo insidioso, ostile e popolato dai fantasmi di una società pastorale svanita fra rocce e tronchi. Come Bove durante le sue esplorazioni, bloccato nello stesso biancore artico che aveva ossessionato Edgar Allan Poe, Ferrari cerca l’ignoto nella natura selvaggia, la paura di smarrirsi e la nostalgia di quel timore una volta recuperata la sicurezza. Ricostruisce la vicenda di Bove e incrocia figure inattese, come quelle di Emilio Salgari, deil comandante Nordenskiöld, di Edmondo De Amicis e del naturalista Mario Pavan. Sono storie di isolamento e di una prigionia che è altresì veicolo una libertà più profonda. Perché “sulla via incantata si basta a sé stessi”.

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